Spaghetti Blog



Lo faccio all'italiana

sabato 2 gennaio 2010

Cadavere Spaziale

http://www.youtube.com/watch?v=neIRmGygMTE

Qualche giorno fa, mentre ascoltavo RBN, hanno mandato questo brano che mi ha inspiegabilmente entusiasmato...

Non conoscevo l'autore Riz Samaritano ma, dopo una passeggiata informativa nel web, ho scoperto che questo uomo di evidente stile era il grande antesignano del cosiddetto "demenziale" italiano: un genere che, a discapito del nome, vanta gruppi d'elite sia nel campo musicale che nell'originalità (ricca di stile e d'intelligenza) come i grandiosi Elio E Le Strie Tese che non a caso, piacevole scoperta, hanno fatto negli anni 90 un tributo al "Cadavere Spaziale" di Riz.


http://www.youtube.com/watch?v=cJFwvIAFdgQ

venerdì 25 dicembre 2009

Il tempo di Natale

Eravamo solo dei fanciulli delle Ardenne.
La neve chiudeva l'orizzonte, incappucciava i colmi dei tetti e aderiva a strati sempre più spessi sotto i nostri zoccoli.
Eravamo sicuri di aver visto S. Giuseppe voltare l'angolo di Rue du Molin.
A mezzannotte, la salita della chiesa era difficile da farsi.
Ci era stato permesso di tenere in mano i nostri zoccoli per l'ultima ripida scorciatoia.
Poi, eravamo passati bruscamente dalla notte, con le gugliue ghiacciate, all'odore delle navate splendenti.
Ci girava un po' la testa. L'incenso ci ubriacava. il Decano stesso era pallido.
Ma il coro faceva un chiasso da allontanare i cinghiali a dieci chilometri dai nostri grandi e folti boschi.
Il tiramantice dell'organo pedalava come se temesse di arrivare in ritardo.
Il maestro trascinava il coro in un vortice di voci.
Al momento del "E' mezzanotte Cristiani", l'emozione e il clamore erano tali che noi ci eravamo arrampicati sulla paglia delle segiole in attesa che, improvvisamente, gli angeli scendessero volteggiando sopra il coro.
Ma gli angeli avevano continuato, saggiamente, a restare in mezzo alle candele, con le loro grandi ali immobili. Ci eravamo accostati a loro, con una monetina da due soldi nei guantoni di lana.
Ci eravamo messi in ginocchio sul marmo. Il bue bruno e l'asino grigio si trovavano vicini vicini a noi.
E noi bruciavamo dal desiderio di toccarli, per vedere se il loro pelo fremesse come alla fontana.
Ma i fanciulli amano i fanciulli ancor più delle bestie. Gesù era steso sulla paglia.
I nostri cuori si intenerivano al pensiero che egli doveva avere tanto freddo.
Nessuno gli aveva dato calzettoni come a noi. Nè zoccoli. Nè sciarpa per riparare il naso. Nè guanti di lana verde per coprire le screpolature.
Guardavamo un po' stupiti papà San Giuseppe che non faceva nulla per distinguersi e la Mamma azzurra e bianca, tanto immobile e così bella.... Noi conoscevamo solo mamme belle con occhi puri in cui si poteva vedere tutto: Avevamo tanto guardato quegli occhi... ma quelli della Mamma di Gesù Bambino ci incantavano completamente, come se il cielo facesse vedere ai fanciulli più di quel che vedono gli uomini.
Non dicevamo nulla ridiscendendo il pendio. Quando i bambini non dicono nulla, ciò significa che essi hanno tante cose da dire....
Il cioccolato fumante, la tavola grande coperta di dolci fatti in casa, non sono mai riusciti, al ritorno, a strapparci dagli invisibili conversari che si erano stretti tra i figli di mamme umane e il figlioletto della Mamma del Cielo. Sopra il piano, un altro presepio era stato allestito, ove noi potevamo, ritti sullo sgabello, prendere in mano il bue e l'asino.
Ogni sera si accendevano tante candeline rosa e azzurre. Ognuno aveva la sua, sulla quale, alla fine della preghiera, dava un gran soffio. Dietro, nell'ombra, in ginoccchio accanto a una seggiola, la mamma dirigeva i nostri slanci religiosi, ci guidava.
Quando tutto era finito, quando ci volgevamo verso di lei per ottenere il permesso di spegnere le nostre graziose luminarie, vedevamo nei suoi occhi brillare tanto fervore....
Il Paradiso scende nel cuore dei fanciulli quando è la mamma a portarlo..


MILITIA - Leon Degrelle

venerdì 27 novembre 2009

Tutti figli di un dio iperboreo







Da quando Julius Evola è apparso in Italia, le bussole dei nostri cuori puntano decisamente verso Nord. Il Nord iperboreo, da dove scesero gli Indiani e i Persiani, i Greci e i Latini, e i loro fratelli più giovani, quei popoli germanici che forgiarono l’anima e la colonna vertebrale delle nazioni europee ed europoidi, da Vancouver a Vladivostock, passando ovviamente per l’Italia.
All’inizio dell’Iliade è posta una scena gustosa, molto cinematografica. Achille adirato sta per avventarsi contro Agamennone, ma la Dea lo ferma. Tirandolo per i capelli. I pochi versi con i quali Omero scolpisce la scena assumono il loro significato sole se ci raffiguriamo Achille ad immagine e somiglianza dei giovani, dai capelli lunghi e lisci come i cantanti del rock-metal, che ancora oggi si muovono tra Uppsala, Copenaghen e Dortmund, dove sgorga la fonte vitale di tutto il nostro essere. La consapevolezza di quella fonte, persa tra le nebbie della preistoria, rappresenta una delle scoperte più preziose della nostra epoca.
Gli Iperborei dicevamo. Un mito enigmatico, a cui i nostri antichi accennarono con poche parole, un mito sepolto dal cristianesimo che per diciannove secoli ci ha abituato a voltare la faccia verso la sabbia, eppure fissato con versi monumentali da Virgilio che celebrando l’apoteosi di Cesare gli disse: “Come un dio verrai, dall’immenso mare/ e obbedisca a te, l’ultima Thule!”.
Nel passaggio di secolo, Nietzsche ancora una volta pronunciò parole profetiche, ed enigmatiche: “Guardiamoci in faccia – scrisse – noi siamo Iperborei. Al di là del ghiaccio, al di là della morte, la nostra vita, la nostra gioia”.
Gli Iperborei erano il mistico popolo che abitava l’estremo Settentrione del mondo,dove il dio Kronos, re dell’età dell’oro, dorme in uno stato di sonno profondo. Dal paese degli Iperborei secondo i Greci provenivano i mistici sapienti, come Abaris e lo stesso Pitagora; e al paese degli Iperborei annualmente faceva ritorno Apollo, il dio che più di ogni altro esprime l’anima e il volto dei Greci antichi. A far riemergere dal sonno profondo dell’inconscio il regno di Thule, ci provarono nel Novecento diversi maestri di pensiero, seguendo vie diverse. Il bramano Tilak seguì la via dell’astrologia e leggendo nelle stelle dimostrò come gli arcaici indiani che avevano scritto i Veda guardavano il firmamento da un punto di vista iper-boreale. Altri seguirono la via della paleoantropologia, altri risalirono il corso delle lingue per delimitare quella Ur-Heimat (dimora primordiale) dove un Ur-Volk parlava una Ur-Sphrache. Risalendo a ritroso la catena dei secoli, per riscoprire un mondo di primordiale purezza, Evola scelse la via del mito. Comparando le mitologie di tutto l’arco boreale (un arco più ampio di quello indoeuropeo dacché spazia dai Toltechi ai Cinesi), egli ridiede volto alla terra dell’età dell’oro, dove traeva origine il biondo Vishnu e dove ritornava il dio Apollo Le pagine in cui Evola porta luce in questo mondo sepolto sfuggono ai confini della saggistica e della mitologia comparata per volare verso i domini della poesia. Tilak, Evola, Wirth – sia pur con tutti i loro limiti – riaprirono in anni tempestosi le porte del regno di Thule. Poi gli errori che furono commessi generarono tragedie. E nel sangue delle tragedie si perdette il senso di molte conquiste del pensiero.
Quando tutto fu consumato si disse che gli
Indoeuropei (termine un po’ sciocco, come sciocco sarebbe il definire gli Italiani come siculo-lombardi) avevano origine dalle steppe. Sì magari da un kolchoz slavo! Quando ogni rigore intellettuale fu perso, si disse che Ulisse era praticamente africano. Proprio Ulisse, che le saghe scandinave conoscono sotto il nome di Ull, l’arciere. Si sono dette tante cose. E molte di quelle si abbatteranno al muro del tempo. Noi oggi dobbiamo tornare a dire la verità, inseguendola sulle strade della paleoantropologia, della linguistica, del mito. Per ricominciare è prezioso l’opuscolo della Fondazione Evola intitolato Il mistero iperboreo, in cui sono raccolti gli scritti più belli di Evola sulla origine nordica del nostro mondo, uniti ad una presentazione di Alberto Lombardo che inquadra il contesto storico delle ricerche di Evola, e una conclusione di Mario Giannitrapani che aggiorna il lettore non specialista sulle ultime acquisizioni della paleoantropologia. L’Europa – a cui interessati esperti dell’O.N.U. hanno diagnosticato la morte demografica per la fine del secolo – si trova di fronte a una sfida. Alla sfida seguirà una risposta.
Alle emergenze pratiche, quotidiane che lo snaturamento dell’Europa pone, la volontà politica dei popoli del continente ha già dato risposta con verdetti elettorali inequivocabili in Austria come in Italia, nei paesi latini, come nelle nazioni nordico-germaniche. A livello spirituale la risposta sarà più lenta, ma più fruttuosa: al dilagare del fanatismo delle
religioni abramitiche, l’anima dell’Europa risponde suscitando un rinnovato interesse per la spiritualità indoeuropea. Appellandoci all’ottimismo della volontà, ci sembra di scorgere già oggi segnali incoraggianti di questa risposta.
Nella riscoperta della nostra spiritualità il tema della origine nordica occupa un posto fondamentale. Gli europei di nuova generazione hanno il diritto di sapere che non sono nati dal fango come narra un mito mediorientale, ma sono tutti “figli di un dio iperboreo”, con tutte le conseguenze che ne derivano. Quelle conseguenze che probabilmente Lombardo ha voluto suggerire al lettore ponendo in terza pagina una bella citazione di
Adriano Romualdi: “La scienza delle radici indoeuropee non ha un mero valore storico e antiquario. È la scienza di ciò che ci è affine e ciò che è estraneo, ciò che va accolto e ciò che va respinto. È il punto in cui si schiude l’orizzonte di una tradizione europea, una tradizione in cui ha posto anche una nuova prospettiva religiosa europea di radice nordica”. Queste parole dette da uno che è morto all’età di chi è caro agli dei colgono una essenza: la spiritualità indoeuropea non è roba da museo. Essa attende di essere espressa in parole nuove, adatte ai nostri giorni, parole che i nostri fratelli più giovani, i nostri figli di domani possano pronunciare mentre guidano automobili avveniristiche, mentre comunicano con i satelliti, mentre operano con il laser e scoprono nuove fonti di energia. Di due cose l’Europa ha bisogno per superare la crisi di passaggio dell’anno duemila: di cieli sempre più ampi per le sue scienze e la sua tecnologia, di una legge morale radicata nei suoi principi più arcaici. In modo che il futuro e il principio si chiudano in cerchio.
* * *
Julius Evola, Il “mistero iperboreo”. Scritti sugli Indoeuropei 1934-1970, quaderno n° 37 della Fondazione Julius Evola, a cura di Alberto Lombardo, con postfazione di Mario Giannitrapani, pp.96
Tratto da L’Officina dell’agosto 2002.




martedì 20 ottobre 2009

Trattato del Ribelle


Il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata.....

Se avere ancora un propio destino od essere considerato un numero: é questa la decisione che sta di fronte a tutti, ma che ognuno deve prendere da solo......

Il Ribelle, dunque, deve possedere due qualità. Non si lascia imporre la legge da nessuna forma di potere superiore nè con i mezzi della propaganda né con la forza. Il Ribelle inoltre é molto determinato a difendersi non soltanto usando tecniche ed idee del suo tempo, ma anche mantenendo vivo il contatto con quei poteri che, superiori alle forze temporali, non si esauriscono mai in puro movimento...

Nell'epoca del nichilismo, la nostra epoca, si é diffusa l'illusione ottica per cui il movimento sembra acquistare importanza a spese dell'immobilità. In realtà tutto il potere tecnico dispiegato oggi, altro non é che un effimero bagliore dei tesori dell'essere. L'uomo che riesce a penetrare nelle segrete dell'essere, anche solo per un fuggevole istante, acquisterà sicurezza: l'ordine temporale non soltanto perderà il suo aspetto minaccioso, ma gli apparirà dotato di senso.....

Il motto del Ribelle é 'hic et nunc', essendo il Ribelle uomo d'azione, azione libera ed indipendente: Abbiamo constatato che questa tipologia può comprendere solo una frazione delle masse, e tuttavia é qui che si forma la piccola elìte capace di resistere all'automatismo e di far fallire l'esercizio della forza bruta. E' l'antica libertà in veste moderna....

L'uomo del progresso, del movimento e delle manifestazioni storiche deve fare i conti con la propia essenza immodificabile, sovratemporale, che s'incarna e si trasforma nel corso dell storia. Sta in questo il piacere degli spiriti forti, fra i quali annoveriamo anche il Ribelle. In questo processo l'immagine riflessa si ricorda nel modello originario da cui irradia e in cui é inviolabile. In altri termini: l'essere ereditato ricorda il fondamento di ogni eredità......

Una delle grandi speranze é che vi siano rappresentanti, dei mediatori che aprano l'accesso alle fonti. Basta che in un solo punto si riesca realmente a toccare l'essere, perchè ciò abbia immense ripercussioni. Su questi eventi si fonda la storia, o addirittura la possibilità di datare il tempo: per l'uomo significa essere investito di una forza creatrice originaria, che assume contorni visibili nella dimensione temporale....

E. Junger

lunedì 21 settembre 2009

Afghanistan, tra lutti e diritto internazionale

I morti sono morti, le ardite anime dei nostri parà sono tornate a librare nei cieli; rimane solo un forte sentimento di amarezza in chi, nel paese, considera tutti i militari come un po’ come dei figli o dei fratelli e poi, soprattutto, rimane il pianto sommesso o straziato dei parenti delle vittime.


Il vociare su ritiri o non ritiri delle truppe, sul fatto che siano o meno in missione di pace o di guerra, sull’esporre o meno il tricolore dalle finestre in segno poi non si sa di che (sono soldati italiani ma morti in una guerra di coalizione e per quelli che di certo non sono gli interessi della Repubblica Italiana, né della nazione.. a meno che non si consideri un interesse il servilismo nei confronti degli imperialisti d’oltreoceano, o il rischio che come risposta al nostro intervento i “terroristi” attacchino anche l’Italia), questo vociare, insomma, non è altro che fiato al vento.. lo stesso vento che i nostri paracadutisti fendono come lame ad ogni lancio.


Il problema, come tutti i problemi, va analizzato all’origine, che in questo caso non è la vera e propria radice altrimenti dovremmo tirare in ballo le torri gemelle ed i vari sospetti di complotto.


E’ molto facile condannare l’intervento degli AmeriCani in Iraq: un’illegittima invasione della sovranità territoriale di uno stato nazionale non belligerante basato su tesi rivelatesi in seguito infondate (il possesso di armi di distruzioni di massa e fantasiosi collegamenti tra Saddam e Al Qaeda).


Altro discorso si può fare sull’attacco in Afghanistan, moralmente giustificato dal concetto di legittima difesa anch’esso previsto dal diritto internazionale. E’ il caso per questo di citare uno dei maggiori esperti nell’argomento: Benedetto Conforti. Il giurista tra le altre cose è membro della Commissione europea dei diritti umani e giudice della CEDU (Corte Europea dei diritti dell'uomo); presidente della Società italiana di diritto internazionale e dell'Institut de Droit International; membro dell'Accademia Nazionale dei Lincei e del Curatorium dell'Accademie de Droit international dell'Aja. Nella settima edizione del suo testo “Diritto Internazionale” sostiene:


[…]Per quanto riguarda la dottrina Bush, rozza espressione di forza, essa è stata condannata o criticata da vari Stati ed anche dal Segretario generale delle Nazioni Unite innanzi all’Assemblea Generale dell’ONU (seduta del 23/09/2003, UN Gen. Ass, Off. Records, 58th sess. Plenary Meet)

In effetti la tesi della legittima difesa, anche nel caso di attacchi terroristici su vasta scala, come l’attacco alle torri del World Trade Center, lascia assai perplessi, trattandosi comunque di crimini internazionali individuali, che come tali andrebbero puniti, senza produrre altre vittime innocenti. E’ sintomatico del resto che, in due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, la ris. n.1368 del 12/09/2001 e la ris. n.1373 del 28/09/2001, adottate dopo l’attacco, è proprio la lotta al crimine internazionale che viene in rilievo: in esse, da un lato, si insiste sulla necessità che gli Stati collaborino per assicurare alla giustizia gli autori dell’attacco e i loro sostenitori e finanziatori, dall’altro si decide che gli Stati prendano una serie di misure non implicanti l’uso della forza, tra cui la prevenzione e la soppressione di ogni finanziamento del terrorismo, il congelamento dei fondi direttamente o indirettamente destinati a detto finanziamento, il divieto di fornitura di armi ai terroristi, l’adozione di severe norme penali ai terroristi e simili. Non c’è invece, in queste risoluzioni, alcuna autorizzazione all’uso della forza. E’ bensì vero che nei “considerando” di entrambe le risoluzioni si riconosce il diritto naturale di legittima difesa individuale e collettiva “in conformità alla Carta delle Nazioni Unite”, ma nessuno potrebbe seriamente fondare la legittimità della guerra su un “considerando”, peraltro assai equivoco, delle due risoluzioni.

mercoledì 26 agosto 2009

Socializzazione

Da http://movimentodiazionepopolare.blogspot.com/
Per comprendere a fondo l’enorme portata rivoluzionaria della Socializzazione, è necessario tornare un po’ indietro nel tempo: alla cosiddetta “Rivoluzione industriale”. Per Rivoluzione industriale si intende un processo di evoluzione economica che da un sistema agricolo-artigianale-commerciale porta ad un sistema industriale “moderno”, il quale è caratterizzato dall’uso generalizzato di macchine azionate da energia meccanica e dall’utilizzo di nuove fonti energetiche inanimate (come ad esempio i combustibili fossili). Tale processo avviene gradualmente tra metà ‘700 e metà ‘800. In sostanza, però, cosa accade? La nascente impresa capitalistica dunque, dopo aver soppiantato la tradizionale impresa artigianale, grazie all’ampio impiego di macchinari sempre più numerosi ed efficienti, aveva sovvertito di fatto il rapporto tra il lavoro umano e gli strumenti di lavoro veri e propri. Nell’oramai antica impresa artigianale era la qualità dell’opera dell’uomo a determinare la qualità del prodotto e della conseguente retribuzione; nella nuova impresa capitalista, invece, era la macchina a conquistare il primato nei confronti del meccanismo produzione/profitto, riducendo di fatto l’uomo a suo accessorio. Inoltre nacque al tempo la famosa “legge bronzea dei salari”: essendo l’opera dell’uomo meno richiesta e, quindi, deprezzata, il deprezzamento doveva colpire necessariamente anche i salari (poi “salari di sussistenza”, ossia il minimo per la sopravvivenza stessa dell’operaio). L’imprenditore, a sua volta, smetteva di essere il “primo” lavoratore dell’impresa, comunque in rapporto umano con gli operai, e diveniva ora azionista: ossia colui che fornisce capitale. Ma cosa accade nella Socializzazione di una impresa? Alla gestione della impresa SOCIALIZZATA prende parte DIRETTA IL LAVORO. A imperare non è più quindi l’impalpabile e apolide tirannia del capitale, unico e anonimo beneficiario del profitto senza limiti e senza regole, bensì la co-gestione dell’impresa da parte di proprietari/capi (ma presenti e attivi) e operai/lavoratori (finalmente protagonisti). Ciò vuol dire: Consiglio di Gestione composto per la metà dai rappresentanti degli operai, eletti da quest’ultimi tramite votazione segreta. Imprenditore e lavoratori diventano quindi una comunità che opera di concerto per il bene dell’impresa stessa che essi rappresentano. Sì, proprio perché socializzare vuol dire anzitutto costituire una società; al contrario le società capitalistiche per azioni – contro ciò che comunemente si crede – non sono affatto loro stesse società, ma proprietarie di società, solamente fornitrici di capitali, e quindi avulse dai reali processi di lavoro e produzione.Nella Socializzazione, la vera e propria rivoluzione sta nella ripartizione degli Utili e nella destinazione delle Eccedenze (un buon marxista parlerebbe di “plusvalore”).Gli utili dell'impresa socializzata vengono ripartiti tra i lavoratori, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi, in rapporto all'entità delle remunerazioni percepite nel corso dell'anno. Tale ripartizione non può superare comunque il 30 per cento del complesso delle retribuzioni nette corrisposte ai lavoratori nel corso dell'esercizio. Le eccedenze sono destinate ad una cassa di compensazione amministrata dallo Stato e destinata a scopi di natura sociale e produttiva.

giovedì 9 luglio 2009

Ancora Niba!!

martedì 30 giugno 2009

Gran Premio dell' EUR



Per uno che sogna da una vita di vedere dal vivo un gran premio.. questo sarebbe e sarà il più grande regalo.
Roma glorifcata come merita dalla più alta disciplina automobilistica, e la F1 impreziosita da quella che sarà la pista più bella del mondo!

lunedì 29 giugno 2009

martedì 9 giugno 2009

Giovani x Abruzzo

Avrei voluto tanto scrivere qualcosa sull'esperienza fatta come volontario per l'emergenza-sisma in Abruzzo, ma non sapevo da dove cominciare.. ed il tempo, per raccogliere le idee ed il significato di una delle cose più importanti fatte nella mia vita, è stato poco. Forse non lo farò mai, come spesso non fotografo i momenti belli per non bloccarli in una immagine ma viverli appieno sul momento e nei miei ricordi, non so se congelerò mai in delle righe una storia che appartiene a me ed ai miei fratelli di avventura.
Però uno dei tanti mattini a Villa Sciarra arriva una telefonata, un impiegato del ministero, ha voluto parlare con me e con gli altri, per intervistarci.. ed è con un discreto orgoglio che vi riporto, dal sito http://www.giovaniperabruzzo.it/, il testo che segue:

Matteo Gentilucci, 21 anni
«Credo sia una sorta di dovere morale, per tutti i giovani che ne hanno la possibilità, quello di partecipare ad iniziative come queste. Poi più avanti negli anni verranno la famiglia, il lavoro, gli impegni: ora è il momento di aiutare gli altri». Matteo Gentilucci, 21 anni, di Roma, è uno studente lavoratore che nel tempo libero si dedica alla militanza politica, e con le idee molto ben chiare sul perché subito dopo il terremoto ha scelto di partire per l'Abruzzo assieme ai giovani volontari del Ministero della Gioventù. Sono gli stessi perché con i quali esorta tutti i suoi coetanei a fare lo stesso, e a non perdere un'occasione importante per se' e per gli altri. Lui in Abruzzo c'è stato, e vorrebbe ritornare di nuovo. Perché dalla realtà vissuta in prima persona in quei giorni da volontario tra i terremotati è riuscito a trarre moltissimo.«Essere stati al campo della Folgore, a Navelli, ha contribuito ancora di più a rendere questa esperienza particolarmente formativa» dice. Vivere fianco a fianco con i militari, essere trattati come loro pari, condividere le fatiche, le difficoltà ma anche i momenti positivi, e imparare a pensare e lavorare come loro è stato un arricchimento dal punto di vista personale che difficilmente Matteo crede avrebbe potuto maturare altrove. «Da quando non esiste più il servizio di leva non sono certo molte le occasioni per i giovani di entrare in contatto con il mondo militare - spiega - Credo che, qualunque sia la scelta di vita che si intende fare, questa sia una pagina che non dovrebbe mancare tra le esperienze fatte».

http://www.giovaniperabruzzo.it/storie.aspx


 

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